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La Juve darà le telefonate già trascritte alla Figc

 

Il presidente Agnelli: «Se sarà dimostrata la correttezza della società chiederemo gli scudetti indietro». Intanto il club bianconero sta meditando di depositare in Federazione un documento con i testi (probabilmente sbobinati da un peri­to) delle intercettazioni più significative. E ne spunta un’altra in cui Facchetti raccomanda un amico a Lanese
TORINO, 28 agosto - La Federazione non riesce a farsi dare le telefonate dal Tribunale di Napoli? La Ju­ventus è pronta ad andare in soccorso del procuratore Stefano Palazzi, fornendogli una compilation di intercettazioni già sbobi­nate e pronte all’uso. Si tratta di una serie di intercettazioni, molte delle quali già rese pubbliche dai media a partire da aprile, che fanno parte del corpus di 171.000 raccolte durante le indagini del 2004/05, ma mai pre­se in considerazione sia in sede di Giustizia sportiva che penale. Le telefonate sono sta­te, come è noto,“scoperte” dai legali di Lucia­no Moggi e hanno gettato nuova luce sulle vicende di Calciopoli, dimostrando che non erano solo i dirigenti juventini ad avere con­tatti con i designatori arbitrali e con gli arbi­tri stessi. Le cosiddette “nuove intercettazio­ni” hanno spinto la Federazione ad aprire un fascicolo. L’ha fatto Palazzi, richiedendo alla procura di Napoli il corpus integrale delle in­tercettazioni. La richiesta, però, non ha an­cora avuto seguito per problemi burocratici. E, così, l’indagine non è ancora partita.

LA MOSSA - Ecco perché alla Juventus stanno meditando di depositare in Federazione un documento con i testi (probabilmente sbobinati da un peri­to) delle intercettazioni più significative. Una mossa a effetto che, dopo l’esposto di maggio per chiedere la revocazione dello scudetto in­terista del 2006, tende a stimolare le indagi­ni di Palazzi. Magari su telefonate come quel­la del 10 febbraio 2005 ed emersa nelle ulti­me ore, nella quale Giacinto Facchetti chia­ma Tullio Lanese, presidente degli arbitri e gli raccomanda un amico (Ambrogio Sfon­drini) per un ruolo «ad alto livello» in seno al­l’Aia. Dice l’allora presidente dell’Inter: «Sen­ti, no, poi ieri mi son dimenticato di dirti, sic­come io vedo spesso quell’Ambrogio Sfondri­ni, sai come...». Lanese: «Sì, sì, ma ora comin­ciamo, sì, sì, in commissione ora incomincia­mo a...». Facchetti: «No, guarda... sappi che...». Lanese: «No, no, non me lo dimentico, ma io no me lo dimentico, tranquillo». Facchetti: «Sappi che è una persona che puoi utilizzar­la veramente ad alti livelli, perché lui è sta­to Direttore Generale della Popolare di Lodi. Eh, va bene, volevo ricordartelo». Lanese: «Tranquillo».

L'INTERVISTA - Il presidente Agnelli ha chiarito il pensiero della Juve, in un'intervista a Sky Sport: «L’esposto che abbiamo presentato è molto dettagliato e a nostro giudizio fondato. Quindi non chiede parità di trattamento ma è un esposto molto preciso sulla revoca di uno scudetto. Da questo punto di vista noi ci aspettia­mo, poichè crediamo che sia fondato, una risposta sicuramente entro breve, in breve tempo, e siamo fiduciosi, vista la motivazione che abbiamo portato avanti, di avere un risultato positivo». Dunque punta a riavere i due scudet­ti o uno dei due scudetti?
«Diciamo che questa è una storia un po’ più complessa, un po’ più complica­ta. Dovremmo valutare i vari aspetti ma se giuridicamente sarà dimostrata la correttezza della società nei vari pro­cedimenti che sono ancora aperti, sicu­ramente valuteremo l’azione revocato­ria e la riassegnazione dei titoli».

Guido Vaciago

 


 

Moggi, Juventus, arbitri: spiati già dal 2002

 

TORINO, 6 giugno - Spiati dal 2002. La Juventus, Luciano Moggi e una serie di arbitri (fra cui De Santis) ve­nivano tenuto sotto controllo dalla security della Telecom. Lo ha rivelato Giuliano Tava­roli, ex responsabile della se­curity Telecom, in un’intervi­sta a la Repubblica pubblicata ieri. La famigerata “Operazio­ne Ladroni”, com’era stata bat­tezzata in codice l’indagine pri­vata condotta dagli 007 di Ta­varoli sul mondo del calcio, era insomma iniziata anche prima di quanto si sapesse finora. «La pratica ladroni riguarda le in­dagini sui rapporti fra la Ju­ventus e gli arbitri. Risale al 2002, quando un arbitro ber­gamasco ( Nucini, ndr) e ami­co di Giacinto Facchetti un giorno scoppia e racconta i re­troscena di quella che diven­terà Calciopoli. All’Inter vanno in fibrillazione e così Tron­chetti Provera consiglia a Moratti di chiamarmi». Così Tavaroli parla a la Repubblica, stabilendo una data d’inizio al­l’indagine, per altro già nota. Nella lunga intervista, Tavaro­li usa toni molto duri nei con­fronti del suo ex datore di lavo­ro, che ha sempre negato di avergli ordinato indagini sulla Juventus e sul mondo arbitra­le, lasciando capire che quelle furono iniziative degli uomini della security. Uomini che Tronchetti ammette solo di aver messo in contatto con Massimo Moratti e Giacinto Facchetti (dopo che Nucini aveva allertato l’amico Fac­chetti sui rapporti fra Moggi e un nutrito gruppo di arbitri di serie A).

IL PUZZLE - Un altro tassello sulla genesi di calciopoli trova, insomma, una collocazione nel complesso mosaico del quale mancano ancora molte tesse­re. Quelle che potrebbe mette­re lo stesso Tavaroli, insieme con Emanuele Cipriani, tito­lare dell’agenzia investigativa Polis d’Istinto alla quale Tava­roli si appoggiava: entrambi, infatti, saranno sentiti come testimoni a Napoli (probabil­mente dopo la pausa estiva), chiamati dalla difesa di Moggi a spiegare frangenti e partico­lari delle loro indagini su Ju­ventus e sull’ex dg. Non biso­gnerà, quindi, aspettare molto per conoscere le verità di Tava­roli sul calcio, quelle mai piena­mente esplorate dagli inqui­renti del processo Telecom. «Sul calcio mi è stato chiesto pochissimo», ha spiegato lo stesso Tavaroli intervenendo a TeleLombardia venerdì sera. Del calcio gli chiederanno il 18 o il 22 giugno, quando compa­rirà davanti al giudice Caso­ria nell’aula 216 del tribunale di Napoli.

LE DOMANDE - Facile che gli venga chiesto chi e perché ave­va ordinato quelle indagini. Fa­cile che lui risponda che Tron­chetti Provera lo aveva messo in contatto con Moratti e Fac­chetti (circostanza, per altro, confermata da tutti i protago­nisti della vicenda). Ma, per esempio, sarà interessante ca­pire quali informazioni emer­sero dalle indagini partite, stando a quanto dice il Tavaro­li, dal 2002. Per esempio: la Ju­ventus e Moggi venivano spia­ti anche per quello che potrem­mo definire spionaggio indu­striale? In questo senso è inte­ressante rileggere quanto det­to in aula (processo Telecom) da Fabio Ghioni, responsabile tecnico della sicurezza Telecom e, quindi, stretto collaboratore di Tavaroli. Ghioni parla di «competizione industriale» ri­ferendosi alle acquisizioni di tabulati inerenti al mondo del calcio: «Una squadra di calcio era un’azienda e faceva parte del Gruppo. Quindi, qualun­que informazione la security poteva trarre su persone ester­ne all’azienda aveva quella va­lenza ». Un ragionamento che in qualche modo riecheggia in certe spiegazioni Moggi. L’ex dg bianconero ha sempre so­stenuto di essere vittima di una sorta di “spionaggio indu­striale” da parte delle dirette concorrenti, le quali - sempre secondo Moggi - riuscivano ad avere informazioni sulle sue operazioni di mercato, renden­dole più difficili o soffiandogli i giocatori all’ultimo momento. In questo senso vale la pena ri­cordare che fra le utenze telefo­niche di cui la security Telecom acquisisce i tabulati ci sono quelle della Gea World e della Football Management, due grandi società di procuratori di cui faceva parte il figlio di Lu­ciano Moggi, Alessandro. LA TESI D’altra parte, Moggi ha sempre sostenuto che l’uti­lizzo delle “inintercettabili” schede svizzere, secondo l’accu­sa la prova più concreta dell’e­sistenza di una cupola sotto controllo dello stesso Moggi, era dovuto proprio al timore di essere “spiato” e dall’esigenza di poter condurre le sue trat­tative di mercato al sicuro da orecchie indiscrete e non per tenere contatti con gli arbitri e i designatori, come sostiene in­vece l’accusa. A questo punto avere dei particolari in più su quelle indagini condotte dalla security Telecom a partire dal 2002 potrebbe essere impor­tante per chiarire questo aspetto cruciale sia per la dife­sa sia per l’accusa di Moggi.
Guido Vaciago

Dossier illegali, parla Tavaroli "Io e Tronchetti, ecco la verità"      (05 giugno 2010)

 

L'ex capo della security: "Il presidente Telecom sapeva tutto. Su suo ordine ho protetto Montezemolo e indagato su Afef, Moggi e De Benedetti.

 E' un codardo, non si è assunto le responsabilità per ciò che chiedeva"

 

MILANO - Un Giuliano Tavaroli un po' appesantito, ma muscoloso, con l'occhio limpido e la voce ferma, rompe il silenzio dopo il patteggiamento a quattro anni e due mesi: "Sì, ho letto ovviamente i nuovi verbali di Tronchetti Provera". Scuote la testa: "E l'ho anche visto in tv in un'intervista sdraiata di Fabio Fazio, a prendere le distanze da me, a dire che quasi manco mi conosceva".

Ma, scusi, Tavaroli, si è sentito offeso?
"A livello personale non m'importa, qua c'è un'offesa professionale. E posso consentire ai giornalisti e ai magistrati di scherzare, al mio datore di lavoro no. Tronchetti sa bene che mentre lavoravo per lui ho fatto conferenze alla Nato, e anche in decine di università, perché la nostra Security aziendale era un modello. Adesso, tentano di farci passare, attraverso i loro avvocati, come un'accozzaglia di manigoldi. E lui? Fa finta di niente".

Ma lei e il dottore che rapporti avevate?
"Lui sembra voler interpretare il ruolo del gran signore che ha avuto un maggiordomo un po' infingardo, faccia pure, Tronchetti. Perché in effetti mi sono occupato anche di questioni personali e familiari... "

E cioè?
"Bah, gli esempi sono tanti. Un Natale mi chiama perché le figlie, di ritorno da Saint Moritz, sono state controllate e fermate in frontiera, e io a mia volta chiamo e corro. A Pasqua, un'altra emergenza. Bisognava aiutare il figlio di un amico, un ragazzo con seri problemi, che doveva finire in comunità, ma andava in giro. Tronchetti e il padre avevano paura che potesse commettere delle stupidaggini, eccoci qua, siamo noi che ci attiviamo per farlo sorvegliare ventiquattr'ore su 24, meglio di una mamma. Cose normali, sacrosante, per carità, ma... ".


Ma nell'udienza preliminare, il dottore sostiene che vi vedevate poco, lo stretto indispensabile.
"Non ci vedevamo certo tutti i giorni, ma certo che ci sentivamo e, quando serviva, viaggiavamo anche insieme. E nei casi di emergenza era Tronchetti, o la sua segretaria personale, che mi chiamavano. Bastava chiedere alla mitica signora Longaretti come stavano le cose".

Anche con i tabulati telefonici si sarebbe potuto ricostruire la dinamica dei rapporti. È stato fatto?
"Non mi risulta, sarebbe stato davvero utile analizzarli per dimostrare quanto la Security vivesse "dentro" l'azienda e per l'azienda lavorava. Come investigatore, mi chiedo come mai in Procura non siano state passate in rassegna nemmeno le mie mail, che raccontano giorno per giorno che cosa fosse, nella realtà e non nella fantasia, la sicurezza di Pirelli e Telecom, la nostra vera storia. Sin dall'inizio ho chiesto che fossero esaminati i nostri computer, erano la cartina di tornasole più chiara".

Anche questo non sarà stato fatto dai sostituti procuratori...
"Esatto, non mi risulta".

Ma si troveranno questi vostri computer che erano stati sequestrati?
"Spero di sì, specie se qualcuno vuole capire".

Ci aiuti a capire lei come funzionava. Per esempio, il dottore l'ha chiamata per proteggere qualche persona importante in difficoltà?
"Più d'una volta. Mi chiamò per il suo amico Luca Cordero di Montezemolo, quando dovevano eleggerlo presidente di Confindustria. Vado da Tronchetti e vedo uscire Cesare Romiti. Il quale, mi dicono, non voleva che Montezemolo si presentasse, e parlava di un verbale giudiziario degli anni Ottanta, una vecchia inchiesta di Torino".

Lei è sicuro di quello che sta dicendo?
"Per appurare la questione, mi muovo con il mio collaboratore Sasinini, operiamo sul pm di Biella o di Asti, comunque un magistrato vicino al procuratore Giancarlo Caselli. Sasinini chiama il pm e organizziamo a casa di Tronchetti un pranzo con Caselli".

C'è stato questo pranzo?
"Che c'è stato è sicuro, ma io non ho partecipato".

Risulta un'indagine vostra sull'ingegner Carlo De Benedetti. È sempre Tronchetti a ordinarle il report sulle utenze, soprattutto elettriche, delle case dell'ingegnere, per sapere quanto tempo passa all'estero?
"Eh, si sa che in vari momenti tra i due non correva buon sangue".

È proprio vero che stavate aiutando l'Inter di Moratti contro Luciano Moggi?
"La pratica Ladroni, come la chiamavamo noi, riguarda le indagini sui rapporti tra la Juventus e gli arbitri. Volete sapere a quando risale? Al 2002... Succede che un arbitro bergamasco, ammiratore e amico di Giacinto Facchetti, anche lui bergamasco, un giorno scoppia e gli racconta i retroscena di quella che sarà Calciopoli. All'Inter vanno in fibrillazione, si spiegano alcune espulsioni, alcuni rigori assurdi e così Tronchetti consiglia a Moratti di chiamarmi".

Siete andati dalla magistratura?
"Era quello che volevo, ma la situazione è complessa e do a Moratti l'unico suggerimento possibile, e cioè portare Facchetti, come fonte confidenziale, dai carabinieri. Può parlare, resterà anonimo, l'indagine comincerà".

All'Inter che dicono?
"Tentennano, preferiscono non esporre Facchetti, forse hanno paura, io non posso intervenire più di tanto. Moratti mi dice che ha capito come stanno le cose e ne soffre, è preoccupatissimo, ma non vuole distruggere il calcio italiano. Allora che cosa possiamo fare? Si prepara un documento, che finisce sui tavoli dei sostituti procuratori Francesco Greco e Ilda Boccassini. E l'arbitro, convocato, va in procura, ma non è così facile come sembra... Fa scena muta. L'inchiesta Calciopoli non parte quindi da Milano, com'era possibile, ma partirà qualche anno dopo, a Napoli".

Davanti al gup Mariolina Panasiti s'è molto parlato dei dossier sull'ex sindaco di Telecom Rosalba Casiraghi.
"In una riunione con Carlo Buora, Tronchetti e Rocco di Torre Padula si fa il punto su come la stampa parla dell'azienda. Non bene, ci sentiamo sotto tiro e c'è il sospetto che sia la Casiraghi a soffiare le informazioni ai giornalisti. Nasce così la decisione di capire meglio".

Glielo consegnate fisicamente il dossier?
"A lui bastava quello che riferivo io. Un solo dossier legge di sicuro, quello relativo alla cognata, la signora Soriani, la seconda moglie del fratello, della quale durante l'interrogatorio davanti alla Panasiti, dice di non ricordarsi nemmeno il cognome... ".

Lei adesso è uscito dal processo Telecom e ha patteggiato la condanna per truffa e associazione per delinquere. Si sente uno sconfitto?
"No, e nemmeno un capro espiatorio. Mi sento di avere pagato i miei debiti e i miei errori, altri non l'hanno fatto. Io e la mia famiglia sì, e a caro prezzo. Ieri a scuola, mia figlia, di sette anni, si sente dire da un amichetto: "Tuo papà ha fatto delle cose brutte". Ma questo è inaccettabile, perché non ho fatto nulla di brutto, se non proteggere un'azienda, le sue strutture, i suoi uomini. Sono finito in un'inchiesta che non è arrivata alla verità e mi sa che il marasma non è ancora finito, perché comincia il processo per rito ordinario, quello che vede Emanuele Cipriani, il titolare dell'agenzia di investigazioni accusata dei dossieraggi illegali, come principale imputato. Immagino che lui mi chiamerà a testimoniare in aula, a settembre. E, come testimone, ho l'obbligo di dire la verità, e non posso nemmeno avvalermi della facoltà di non rispondere".

Lei, dunque, spera di ricevere finalmente le domande giuste? Sia il gip Gennari che il gup Panasiti, rimandando gli atti alla procura, hanno chiesto di indagare di più...
"Se lo dicono loro... Io sono stato un maresciallo dei carabinieri, sezione antiterrorismo, e la mia carriera successiva nasce dalla strada, non dalle raccomandazioni della politica. Quando mi sono congedato, sono stato chiamato da un cacciatore di teste a lavorare per Italtel e quando entro in Pirelli, il primo aprile del 1996, Cipriani è già lì. Lavorava sotto il manager Sola. Io, Cipriani e Marco Mancini non siamo dunque "tre amici al bar" che cercano di creare una combriccola a danno di Pirelli. Non ho portato via un euro, se molti credono che taccio perché ho un tesoretto all'estero, sbagliano. Tronchetti non mi ha coperto d'oro per non parlare e non sono stato zitto, è stato lo stesso gip Gennari a dire che ho collaborato. Non ho nulla di più dei miei stipendi. Ho il mio lavoro, un curriculum di tutto rispetto che hanno provato a infangare per salvare il presidente".

Il quale si è costituito parte civile contro di lei.
"Sì, lui e Afef. Ma siamo seri, che cosa volete che me ne importasse di indagare sui familiari di Afef? Tronchetti è un codardo, non ha avuto il coraggio di prendersi le sue responsabilità sui report che ci chiedeva, ha preferito offendere la dignità dei professionisti al suo servizio".

Ma lei e Cipriani siete amici o no?
"Sono amico di Mancini e ho un rapporto di conoscenza con Cipriani, punto e basta. Quando stavo in Italtel non mi sono mai servito dell'agenzia di Cipriani. Lo rincontro a Firenze tra il 78 e il 79. Lui faceva il funzionario di banca, ma fremeva per fare l'investigatore. Il suo idolo era Mancini, che lavorava per i servizi. Cipriani fa domanda per entrare nel Sisde, ma non ce la fa. Apre allora un'agenzia di investigazioni. Le nostre frequentazioni sono diverse. Per intenderci, io l'oratorio e gli scout, lui i figli di papà... ".

Ora siete grandi e, all'apice delle carriere, siete incappati nella legge.
"Già e quando scoppia l'inchiesta, passano sei mesi in cui non succede nulla. Io lavoro in Romania, poi a gennaio mi chiama Tronchetti Provera, che preme per riavermi in azienda in Italia. Facciamo una riunione con il capo del personale Gustavo Bracco e il capo del legale Francesco Chiappetta e lo stesso Tronchetti. Pensano di ripristinare, sempre con me a capo, un servizio più limitato di Security. Sempre a gennaio, c'è un altro incontro con Tronchetti, ed è presente anche il funzionario Valente. Il presidente si mostra preoccupato perché, mi dice, Cipriani ha consegnato alla Procura la password del dvd, e cioè la chiave del "forziere" che conteneva tutti i dossier della Polis d'Istinto. E là esistono anche due o tre pratiche che fanno paura a Tronchetti Provera, e lui stesso mi cita alcuni file sui politici, Fassino e D'Alema, che sono citati in Oak Fund, e Aldo Brancher".

E che cosa pensate di fare?
"Le ipotesi sono tante, ma in realtà l'azienda si paralizza. Si muove solo dopo la procura, e quando sa di non poter agire diversamente. E a me cambiano le carte sul tavolo. A giugno 2006 vengo licenziato, mi buttano a mare, prendono le distanze. Da gennaio a settembre 2006 mi cucinano e a settembre vado in galera. Un anno, di cui otto mesi e 13 giorni in isolamento. Del resto Tronchetti Provera conosce bene il metodo per far fuori qualcuno, quando arriva in Pirelli mandato da Mediobanca. Riesce a dare l'ultima spallata a Leopoldo Pirelli, ai tempi di Tangentopoli, quando lui e i manager vanno in procura. Indicativo sarà il discorso che Alberto Pirelli fa alla commemorazione del padre".

Ma, secondo lei, l'inchiesta milanese ha mai puntato a Tronchetti?
"Forse all'inizio, ma non so... Tronchetti mese dopo mese contava sempre di meno sullo scacchiere degli affari. Anzi, mentre Tronchetti tratta l'uscita di scena con il banchiere Giovanni Bazoli e la vendita di Telecom è ormai considerata cosa fatta, l'inchiesta finisce, puf".

Ma Tronchetti perché avrebbe avuto bisogno di lei per contattare chicchessia?
"Sì, so che dice così, ma è falso. Ovvio che poteva avere contatti con chiunque, ma è anche vero che c'era gente come D'Alema e Tremonti che non ci tenevano a vederlo".

E lei che cosa fa?
"Sono io che gli ho fatto fare la pace con D'Alema, per il tramite di Lucia Annunziata, e lo stesso con Tremonti, attraverso l'ex ufficiale della finanza Marco Milanese, che io conoscevo e che lavora con lui, ora è onorevole. Tronchetti confonde i contatti formali con quelli sostanziali. Per quelli formali c'era Perissich e Rocco di Torre Padula. Per gli altri, serviva il fido Tavaroli, ora rinnegato".

Lei dà del falso a Tronchetti, che invece fa l'anima bella, perché ha mentito in altre occasioni?
"Per esempio quando dice che le indagini su Oak Fund sono del 2005, invece sono nate nel 2001, dopo l'acquisto di Telecom dalla cordata di Emilio Gnutti e Roberto Colaninno. Voleva sapere a chi erano andati parte dei soldi versati per l'acquisto di Telecom. Si pensava a una parte politica, la sinistra, a cui Tronchetti dava fastidio".

Fastidio?
"Sì, era entrato con i piedi nel piatto in Telecom, appetito da tanti. Voleva fare l'imprenditore indipendente e questo può comportare dei rischi. Ora infatti è sceso a patti con la politica, è nei ranghi, è diventato manovrabile come tanti, tanti altri. Forse è quello che volevano, farlo tornare a più miti consigli. Era una minaccia al potere, non era il potere. Ma di mezzo ci sono finito io, con la mia famiglia". 

(05 giugno 2010)

 

Calciopoli, smontati i sorteggi truccati

 

Ieri in udienza a Napoli, hanno parlato i testimoni di Pairetto. Il notaio e un giornalista spesso presente a Coverciano: «Mai notate anomalie».
Gli arbitri Farina e Trentalange negano pressioni per favorire la Juve: «Non ci istruiva nessuno»
NAPOLI, 2 giugno - Bastava chiedere, in fondo. Chiedere ai notai dei sorteggi attesi come taroccati, chiedergli notizie e certificazio­ni anche postume della presa delle palline da parte di 38 giornalisti 38, chiedere come facessero i prestidigitatori Bergamoe Pairetto a darla a bere a tutti a via Tevere e Co­verciano. Bastava chiedere al­la Lega Calcio il documento prodotto ieri in udienza da Massimo De Santis: mica il quarto segreto di Fatima, una circolare del 5 agosto 2004, al­ba dei giorni di Calciopoli, in cui si dettava il vademecum del perfetto rapporto arbitro­dirigente e i limiti e le caratte­ristiche dei mitici “addetti agli arbitri”. E invece abbiamo do­vuto attendere oltre quattro anni per farci un’idea magari diversa da quella delle informative dei carabinieri. Ebbe­ne, il giorno è però arrivato: ie­ri udienza a Napoli parla il no­taio Ioli, seguiranno una teoria di arbitri e assistenti ora qua­si tutti dirigenti apicali dell’Aia ma allora sui campi da prota­gonisti nella stagione dei vele­ni: manca Collina, per l’8 giu­gno dovrà produrre convincen­te motivazione o presentarsi.

ATTO NOTARILE - 
Parte il giornalista Pesciaroli, grande esperto di statistiche arbitrali. «Ho preso parte a quasi tutti i sorteggi avvenuti all’Aia e qualcuno avvenuto a Firenze: speravo, una volta almeno, di portare a casa lo scoop di un sorteggio truccato. E invece niente: non ce n’erano motivi, la presenza del notaio lì vicino mi tranquillizzava. Non ho mai avuto sospetti, se avessi vi­sto qualcosa di irregolare l’a­vrei scritta sul Corriere dello Sport. Le griglie? Era statisti­ca, qualche volta ci azzeccavo, altre no. Come mi attivavo per capire se c’erano trucchi? Guardavo tutto con attenzio­ne, ero lì. E pur avendo fatto anche l’estrazione di anomalie, non ho registrato al tatto alcu­na anomalia nelle palline. Quando si aprivano, venivano richiuse e rimescolate». Passa e chiude, testimone al notaio An­tonio Ioli. «I verbali da me re­datti sono agli atti, quando la pallina e sarà capitato qualche volta nelle centinaia di estra­zioni si apriva, provvedevo a farla richiudere: non era possi­bile leggere il foglietto all’inter­no perché ripiegato in quattro (da Manfredi Martino, ndr): il nome di arbitro o partita non si poteva leggere. Io non ho mai avuto sospetti di irregolarità di quelle estrazioni che io certifi­cavo: non avevo bisogno di re­fertare sulla qualità delle pal­line, ero nel controllo della si­tuazione». Narducci chiede se non avesse sentito il dovere di chiedere alla Figc palline nuo­ve. «Dottore, mi parli del conte­nuto dei miei atti: io non consi­deravo anomale queste circo­stanze. Mai avuto il sentore di anomalie nella procedura».

FISCHIETTI E BANDIERE - Tocca a Trentalange: «Pairet­to e Bergamo, che pure non mi trattava benissimo, non mi hanno mai chiesto favoritismi o fatto pressioni. Conosco da una vita anche il padre di Pier­luigi Pairetto, Antonio che era un amico di Moggi di antica data. Se sono mai stato ferma­to? E’ toccato anche a me: 4 mesi senza serie A per aver espulso Capello. Ma allora al­lenava la Roma» Poi la giudice a latere Pandolfi ricorda la de­posizione dell’ex dipendente Juve, Capobianco. «Ha avuto un’auto da Giraudo?» «Girau­do? No, ho comprato un’auto dalla Fiat con lo sconto che si faceva, non ricordo che auto, era nel 1995».
Alvaro Moretti
Ravezzani "ci fu un complotto ai danni della Juventus"

 
 
Calciopoli 2, Aigner: “Noi non abbiamo deciso di dare il titolo all’Inter”

Calciopoli 2, Aigner: “Noi non abbiamo deciso di dare il titolo all’Inter”   15/04/2010

Le intercettazioni proposte dai legali di Luciano Moggi hanno scatenato una nuova indignazione negli sportivi e sopratutto in chi all’epoca della prima inchiesta si è trovato a prender decisioni importanti per il futuro del calcio italiano. Sembra che Palazzi sia a lavoro per trovare un espediente in grado di evitare la prescrizione e riaprire il fascicolo di indagini.

Ma anche Gerhard Aigner, ex segretario genarale dell’Uefa e capo della Commissione dei tre saggi che nel 2006 collaborarono con l’allora Commissario straordinario Guido Rossi nell’assegnazione dello scudetto 2005-06, ci vede qualcosa di poco chiaro.

Aigner intervistato durante la trasmissione Qui studio a Voi stadio su Telelombardia, confessa che il nome dell’Inter non sono stati loro a farlo e in quel clima dove era difficile definire chi era colpevole da chi non lo era sarebbe stato meglio non assegnarlo:

“Il nome dell’Inter – ha detto – non ci era stato proposto. Dovevamo per forza fare una classifica di quel campionato per via delle Coppe europee, ma non era necessario dare il titolo a qualche squadra. Per me sembrava normale non assegnare il titolo in quelle circostanze perché c’erano dubbi sulla regolarità del campionato”.C’era un malessere generale in quel campionato, c’erano molte componenti implicate. Non sono sorpreso da ciò che è uscito in questi giorni. Allora la situazione in Lega Calcio era molto grave, ma tutti erano responsabili. Gli arbitri erano troppo esposti alla situazione della Lega Calcio e sono stati anche vittime. Tutti hanno contribuito a crearla e trovare chi è stato il più o meno colpevole è difficile”.

 

Onestopoli. Il famoso “regalo” di Moratti a Bergamo…  14/04/2010

 

Un «regalino» da parte del presidente dell’Inter, Massimo Moratti, per l’ex designatore arbitrale Paolo Bergamo, probabilmente in virtù del periodo natalizio. È la prima di altre tre telefonate trascritte dai difensori di Luciano Moggi di cui è stata chiesta proprio oggi l’acquisizione da parte del Tribunale di Napoli dove si sta celebrando l’udienza del processo a Calciopoli. L’intercettazione è del 23 dicembre 2004 e Bergamo chiama l’ex dirigente nerazzurro Giacinto Facchetti.
facchetti-miniFacchetti: Se tu chiami Moratti… son stato anche ieri da lui …abbiamo parlato.
Bergamo: Io non ho più il suo numero, se tu me lo dai… infatti ricordi… ne avevamo parlato.
Facchetti: dai perchè voleva…se passi di qui un giorno…
Bergamo: Ma dov’è è a Forte?
Facchetti: In ufficio, no no a Milano se ti capita di venire giù perchè aveva un regalino da darti
Bergamo: Volevo sentirlo anche così anzi avevo piacere anche di incontrarlo, di incontrarvi, insomma per fare così qualche riflessione insieme
Facchetti: E va bene
Bergamo: È una situazione che vorrei proprio anch’io aiutarvi a raddrizzare…perchè insomma la squadra non merita la posizione che ha…
Facchetti: Sono stati dodici pareggi incredibili…

Calciopoli. Cronaca dell’udienza del 13 aprile (by Enzo Ricchiuti)

http://www.uccellinodidelpiero.com/calciopoli-udienza-in-diretta-in-continuo-aggiornamento/